Sicurezza sul lavoro in ambienti critici: l’approccio SEA

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Operare in contesti industriali complessi — raffinerie, impianti petrolchimici, serbatoi, acciaierie — significa confrontarsi ogni giorno con un livello di rischio che non ammette approssimazioni. Per chi svolge attività di bonifica, demolizione o trattamento in questi ambienti, la sicurezza non è un requisito da soddisfare sulla carta: è la condizione che rende possibile ogni intervento, la prima variabile da governare prima ancora di portare un’attrezzatura in cantiere.

È con questa consapevolezza che SEA Srl — attiva dal 2007 nei settori industriale e civile con servizi integrati e multi-tecnologici — ha strutturato nel tempo un approccio alla sicurezza che intreccia rigore normativo, innovazione tecnologica e cultura interna condivisa. Ne abbiamo parlato con l’ingegnere Francesco Fumei, Direttore HSE di SEA.

Il dipartimento HSE (dove l’acronimo sta per Health, Safety & Environment) comprende la funzione aziendale che presidia in modo integrato salute, sicurezza sul lavoro e tutela ambientale. Si tratta di un perimetro ampio, che in contesti come quelli in cui opera SEA assume un ruolo strategico.

Due livelli di rischio: l’attività e l’ambiente

Chi lavora in SEA sa bene che il rischio non ha un’unica faccia. Esistono i pericoli propri dell’attività — legati ad esempio alle operazioni di bonifica, ai lavaggi chimici e idrodinamici, alle demolizioni controllate — e i rischi di ambiente, cioè quelli generati dal contesto in cui quella stessa attività viene svolta.

Questa duplice natura del rischio richiede una valutazione puntuale per ogni cantiere, che non può mai essere standardizzata una volta per tutte. Ogni contesto operativo va analizzato nella sua specificità: un impianto petrolchimico, un bacino portuale, un sito produttivo in esercizio presentano combinazioni di pericoli diverse, che impongono piani di sicurezza altrettanto differenziati.

Gli spazi confinati: un rischio regolamentato

Tra i pericoli più rilevanti nell’operatività quotidiana di SEA figurano quelli legati agli spazi confinati: serbatoi, cisterne, pozzi, tubazioni di grande diametro.

La normativa italiana di riferimento è il D.P.R. 14 settembre 2011, n. 177, emanato in attuazione del D.Lgs. 81/2008 (il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro). Il decreto stabilisce i requisiti minimi per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi che operano in ambienti sospetti di inquinamento o confinati: valutazione specifica dei rischi, sorveglianza sanitaria, formazione dedicata, addestramento pratico e dotazione di attrezzature adeguate – soprattutto per quanto riguarda la gestione delle emergenze. Solo le imprese qualificate ai sensi di questo decreto possono svolgere tali attività, a garanzia di standard elevati di prevenzione.

Una normativa nata, purtroppo, dalla realtà degli incidenti. Come ricorda l’ingegnere Fumei:

«In passato gli spazi confinati venivano affrontati con poca attenzione: si tratta di entrare in ambienti dove può mancare ossigeno, possono essere presenti sostanze tossiche, oppure dove è molto difficile muoversi».

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Una definizione in espansione

Oggi le cose sono diverse. Un elemento di particolare interesse — e di crescente rilevanza operativa — riguarda, infatti, l’evoluzione del concetto stesso di spazio confinato nella prassi dei committenti.

«Adesso la definizione di spazio confinato viene applicata in maniera più estesa. Può capitare, ad esempio, che venga considerata attività in spazio confinato anche quella che prevede l’ingresso nel bacino di un serbatoio all’aria aperta, semplicemente perché il recupero di una persona in caso di infortunio risulterebbe difficile».

In altri termini, la pericolosità non è più valutata solo in termini di rischio chimico o di carenza di ossigeno, ma anche in funzione della difficoltà di soccorso e recupero dell’eventuale infortunato. Un criterio più ampio, che ha portato a un aumento sensibile dei contesti classificati come confinati e che ha innalzato il livello di attenzione e preparazione richiesto prima di ogni intervento.

Procedure, figure e responsabilità: come si organizza la sicurezza in cantiere

Prima di ogni attività in spazio confinato, SEA predispone una procedura dedicata. Non un documento generico, ma un’analisi puntuale: «Per ogni attività in spazio confinato, come previsto dalla legge, realizziamo una specifica procedura. Ogni singola attività viene analizzata puntualmente dal Servizio di Prevenzione e Protezione».

In questo processo sono centrali tre figure professionali, spesso citate con i rispettivi acronimi ma non sempre note al pubblico non specializzato: assieme al Direttore HSE, anche le due figure previste dalla normativa, RSPP e ASPP.

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Chi sono Direttore HSE, RSPP e ASPP?

Come abbiamo visto, il Direttore HSEHealth, Safety & Environment — ha il perimetro più ampio: si occupa contestualmente di salute, sicurezza sul lavoro e tutela ambientale, abbracciando anche aspetti come il benessere organizzativo e la conformità ambientale. È la figura di riferimento strategico per tutto ciò che riguarda la sostenibilità operativa dell’impresa.

L’RSPPResponsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione — è la figura prevista dal D.Lgs. 81/2008, nominata obbligatoriamente dal datore di lavoro. Coordina la valutazione e la gestione dei rischi, definisce le misure preventive e protettive e sovrintende al sistema aziendale di prevenzione.

L’ASPP Addetto al Servizio di Prevenzione e Protezione — opera in supporto all’RSPP con un ruolo tecnico e consultivo: contribuisce alla valutazione dei rischi, alla predisposizione delle procedure e al monitoraggio delle condizioni operative nei cantieri.

Formazione obbligatoria e DPI: cosa prevede la legge

La qualificazione delle imprese non basta da sola. Il D.P.R. 177/2011 impone anche una formazione specifica e certificata per tutti i lavoratori che operano in spazi confinati, articolata su due assi principali: teorico e pratico.

Sul fronte dei DPI — disciplinati dal Regolamento UE 2016/425 — la scelta della protezione adeguata non è mai discrezionale: consegue obbligatoriamente all’analisi strumentale dell’atmosfera interna, che deve essere condotta prima dell’ingresso e mantenuta in continuo per tutta la durata della permanenza. I DPI utilizzati sono classificati di III categoria, cioè dispositivi “salvavita” progettati per proteggere da rischi che possono causare conseguenze gravi o irreversibili.

DPI per le vie respiratorie (APVR)

Si distinguono due famiglie. I dispositivi filtranti — come ad esempio, semimaschere o maschere intere con cartucce intercambiabili, oppure facciali monouso FFP2/FFP3. I dispositivi isolanti — come ad esempio, autorespiratore ad aria compressa (ARA) o maschera con adduzione d’aria esterna (aria-line).

DPI per la protezione del corpo e attrezzature per il recupero

Completano la dotazione a seconda dei casi, dispositivi e attrezzature per la gestione dell’emergenza quali: imbracatura anticaduta (EN 361), che consente l’estrazione dell’operatore senza necessità di accesso dei soccorritori; tripode con argano posizionato all’imbocco per l’estrazione verticale controllata; tuta di protezione chimica, casco con visiera, guanti e calzature specifici, selezionati in base alle sostanze presenti.

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Simulazioni, squadre di recupero e gestione delle emergenze

Come anticipato, la preparazione non si ferma alla formazione teorica. In SEA sono previste anche simulazioni pratiche e test operativi, proprio perché in emergenza non c’è tempo per improvvisare: le procedure devono essere interiorizzate, i ruoli chiari, i gesti automatici.

Sul tema del recupero degli infortunati — uno degli aspetti più critici in caso di incidente in spazio confinato — l’azienda adotta soluzioni proporzionate alla complessità del cantiere:

«Il rischio legato alla difficoltà di recupero delle persone è talmente delicato che in alcuni contesti, i committenti mettono a disposizione proprie squadre di recupero. In altre situazioni, come durante le grandi fermate degli impianti, quando in due mesi possono lavorare centinaia di persone in una raffineria, noi insieme ad altre ditte appaltatrici creiamo un consorzio e noleggiamo squadre di recupero esterne disponibili h24, a supporto delle nostre squadre interne. Questa simbiosi permette di aumentare la capacità di risposta in termini di esperienza, professionalità, tempestività d’intervento».

Le fermate di impianto — periodi in cui un intero stabilimento viene messo fuori servizio per manutenzione straordinaria — rappresentano uno dei contesti più densi e complessi da gestire in termini di sicurezza: cantieri affollati, attività simultanee, lavoratori di più aziende che operano in prossimità. La risposta di SEA è un modello collaborativo tra appaltatori, per potenziare al massimo le garanzie di intervento, in caso di necessità.

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La soluzione tecnologica: meno esposizione, più automazione

Di fronte a questi rischi, SEA ha scelto di investire in una direzione precisa: ridurre — e dove possibile eliminare — la presenza umana negli spazi confinati attraverso l’impiego di attrezzature robotizzate.

«Uno degli sforzi che la proprietà e la parte tecnica portano avanti costantemente è quello di ricercare sul mercato — o, quando necessario, progettare e far costruire su misura — attrezzature robotizzate che, quando non eliminano del tutto la presenza dell’operatore negli spazi confinati, ne riducono almeno il tempo di permanenza. In questo modo la gran parte del lavoro può essere svolta in maniera automatizzata».

Cultura della sicurezza: il sistema degli avvisi mensili

La prevenzione, però, non si esaurisce nella tecnologia né negli adempimenti normativi. Richiede un lavoro costante sulla cultura interna, sulla capacità di mantenere alta l’attenzione su rischi già noti e su situazioni nuove che emergono dal campo.

A questo scopo, il Direttore HSE di SEA ha sviluppato un sistema strutturato di comunicazione interna: gli avvisi di sicurezza mensili.

«Una volta al mese produco un documento che parte da un evento o da una segnalazione, riferita sia alla nostra attività sia a quella di appaltatori o committenti, per fare il focus su un argomento specifico di sicurezza. Questo documento viene inviato a tutti i cantieri, in modo da condividere l’evento affinché diventi esperienza comune all’intera azienda».

Il documento non resta su una scrivania. Gli addetti ai servizi di prevenzione e protezione organizzano, su quella base, un incontro operativo con i lavoratori — il cosiddetto toolbox meeting — che viene verbalizzato. Il tema viene discusso, contestualizzato rispetto all’attività in corso, e il documento viene poi esposto nelle aree comuni del cantiere: bacheca, refettorio, zone di passaggio.

«Si tratta di un richiamo su temi già noti, perché tutti i lavoratori sono già formati, ma serve a mantenere alta l’attenzione».

Un sistema apparentemente semplice, ma efficace proprio perché sistematico: non interviene perché si è verificato un incidente, ma costruisce nel tempo una memoria collettiva della sicurezza, capace di trasformare la formazione ricevuta in comportamento quotidiano.

Sicurezza come valore operativo

L’approccio di SEA alla sicurezza sul lavoro non si esaurisce nell’adempimento normativo — pur necessario e rigoroso. Si traduce in una visione integrata che combina qualificazione delle imprese, investimento tecnologico, formazione continua e presidio culturale.

In un settore dove ogni cantiere è un contesto a sé, la capacità di adattamento e anticipazione è ciò che fa la differenza — per gli operatori, per i committenti, per il territorio.

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